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Proposta di itinerario

 

Pellegrini sulle strade di Romualdo

Tra i molti e celebrati itinerari proponibili al credente se ne vuol presentare qui uno che, partendo e terminando a Cantiano, abbraccia l’intero massiccio del Monte Catria. Breve, ma non per questo meno ricco di suggestioni, è esso riferibile idealmente a S. Romualdo, che in queste zone visse da eremita, e al suo erede spirituale S. Pier Damiani noto tra l'altro per essere citato, insieme all'eremo di Fonte Avellana, nel Canto XXI del Paradiso.

Il materiale presentato è tratto, con alcuni piccoli aggiustamenti, dai volumi:

P. Bottaccioli, L. Marioli, A.R. Vagnarelli (1999), Pellegrini sulle strade di Romualdo e Francesco, GESP

F. Panfili, M. Tanfulli (2000), Cantiano tra storia e fede, Arti Grafiche Stibu, Urbania

 

Le tappe del sentiero della preghiera

… Il pellegrinaggio è sempre stato un momento significativo nella vita dei credenti, rivestendo nelle varie epoche espressioni culturali diverse. Esso evoca il cammino personale del credente sulle orme del Redentore: è esercizio di ascesi operosa, di pentimento per l’umane debolezze, di costante vigilanza sulla propria fragilità, di preparazione interiore alla riforma del cuore. Mediante la veglia, il digiuno, la preghiera, il pellegrino avanza sulla strada della perfezione cristiana sforzandosi di giungere, col sostegno della grazia di Dio, “allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13)

(Giovanni Paolo II, Incarnationis Mysterium, 7)

  

Pieve di S. Crescentino

Si parte da Cantiano in direzione nord scegliendo alternativamente o la vecchia strada comunale o il nuovo percorso stradale. Seguendo il primo suggerimento lo stato di parziale dissesto del percorso viene ripagato dall'amenità dello stesso che, abbandonato il paese costeggiando la Rocca Gabrielli, attraversa il torrente Burano su di un ponte medioevale e prosegue in una splendida cornice di verde elevandosi poi sulla vallata dello stesso. Si ridiscende sino al ponte sul torrente Balbano ricongiungendosi con la via principale e da qui, in brevissimo tempo, si raggiunge la graziosa Pieve di S. Crescentino posta a guardia di un'amena piccola valle. Il cristianesimo altomedievale ebbe un’organizzazione capillare di tipo monastico. Parallelamente alla crescita di potere dei grandi monasteri, troviamo come elemento basilare e diffuso della struttura ecclesiastica le pievi, sottoposte direttamente all’autorità vescovile e con giurisdizione civile e religiosa su chiese e cappelle che erano presenti in gran numero e sparse nell’intero territorio, nei singoli borghi, come nei luoghi più impervi. Così la chiesa svolgeva un ruolo fondamentale non solo come istituzione religiosa, ma come punto di contatto con ogni comunità, anche se piccola. E’ opinione comune far risalire l’origine della chiesa di S. Crescentino intorno all’anno mille, tuttavia da un elemento lapideo rinvenuto durante i lavori di pavimentazione della chiesa, la data potrebbe essere anticipata di un paio di secoli. I documenti più antichi si riferiscono in ogni modo al primo secolo dopo il Mille, periodo in cui si diffuse, particolarmente nelle zone a cavallo tra Città di Castello e Urbino, la devozione verso S. Crescentino, giovane martire, di nobile famiglia e milite dell’esercito imperiale durante la persecuzione di Diocleziano, rifugiatosi in Umbria nell’alta val tiberina ove fu apostolo del vangelo. Le sue reliquie riposano fin dal 1068 sotto l’altare maggiore del Duomo di Urbino che lo venera come patrono dopo aver fatto richiesta al clero di Città di Castello per l’ottenimento di alcune parti del corpo del Santo. Si narra che S. Ubaldo, nella visita da lui fatta nella pieve di S. Crescentino, dopo aver celebrato un solenne rito compì un miracolo ridando la parola ad un muto. Alterne vicende portarono la pieve ad una lenta decadenza e conseguente degrado cui si è posto rimedio mediante successivi restauri. La torre rimane la parte più antica del complesso anche se il tettino modifica l’aspetto originale del monumento. Nella facciata sinistra dell’edificio sono ancora visibili due porte a sesto acuto, presumibilmente del sec. XIV. Sul finire del ‘700 venne modificata la facciata con l’aggiunta di un portico di cui si notano ancora i segni lungo le due pareti ed i punti dove erano fissate le travi della copertura; nel contempo viene interamente ristrutturata l’annessa casa parrocchiale. L’interno della chiesa è abbellito da un affresco datato 1469 raffigurante la Madonna, S. Ubaldo e S. Crescentino e da un altro, sicuramente anteriore, in cui sembra riconoscersi la figura di S. Antonio da Padova. Degno di nota un dipinto raffigurante il Santo titolare attribuito alla mano maestra del pittore eugubino Virgilio Nucci (1547-1621).

 

Monastero di Fonte Avellana

Riguadagnata la via Flaminia (SS3 in variante a scorrimento veloce o sul parallelo vecchio tracciato) si raggiunge rapidamente la splendida cittadina di Cagli. Da qui, imboccata a destra la SP 424 seguendo l'indicazione per Pergola e poi, dopo 2 km, la SP 42, giungiamo nell’abitato di Frontone da cui, in pochi chilometri e seguendo la SP 106 si giungerà, seguendo la relativa segnaletica, all’Eremo di S. Croce di Fonte avellana[1]. Esso ci appare maestoso e serenamente adagiato a 700 metri di quota in una piccola conca ai piedi dei dirupi del versante orientale del Monte Catria. Ci troviamo in comune di Serra S. Abbondio (PU), ed è qui, di fatto, che parte l’itinerario romualdino, qui dove la comunità camaldolese può accogliere e guidare l'inizio del cammino. Fino al 1819 l’Eremo apparteneva alla diocesi di Gubbio cui è particolarmente legato per la sua fondazione e la sua storia. Incerto è l'anno di fondazione che, ad ogni modo, è da collocarsi intorno al Mille. La prima costruzione, attribuita all' eugubino beato Lodolfo, fu eremitica: alcune povere celle raggruppate attorno al piccolo oratorio, vicino a una limpida sorgente d'acqua sgorgante tra le avellane (piante di noccioli), da cui è derivato il nome. È con S. Pier Damiani che il primo nucleo si sviluppò strutturalmente e si trasformò in comunità organizzata secondo precise regole. Egli, tuttavia vi aveva già trovato una comunità esemplare, in contrasto con la decadenza quasi generale dell'ordine monastico e quando si accingerà a scriverne la regola, gli basterà descrivere la vita che vi si conduceva, così come quando traccerà il modello del vero eremita si ispirerà a uomini ancora viventi che dimoravano vicino a lui. Il suo vicino di eremo, Domenico Loricato, porta sul suo corpo una pesante corazza di metallo. Ogni giorno recita due salteri flagellandosi il corpo nudo; ne recita tre nei giorni di penitenza e durante le quaresime. Tremila colpi di verga equivalgono a un anno di penitenza ed egli compie facilmente cento anni di penitenza in sei giorni. In una quaresima si fece imporre mille anni di penitenza. li corpo e il viso di Domenico sono pesti e contusi. Egli si flagella per unirsi alle sofferenze di Cristo flagellato e si dà ogni sera ad ogni sorta di prostrazioni e non cessa di pregare; la salmodia gli è venuta così facile che con la bocca può modulare in fretta le parole accompagnandole con l'attenzione della mente. Egli ha ricevuto anche il dono delle lacrime. Dei tempi di S. Pier Damiani restano parte del chiostro, purissimo nelle sue linee romaniche, da lui voluto per le processioni nelle solenni liturgie, e la cripta, cuore di tutto il complesso. La essenzialità severa e, insieme, serena della struttura con le basse arcate di pietra, illuminate tenuemente da piccole finestre, riportano il visitatore indietro di secoli creando una particolare suggestione che invita a comunicare con la preghiera degli antichi oranti. Nello spirito di S. Pier Damiani che si autonominava Petrus peccatar viene spontaneo riconoscerei umilmente peccatori sostando per la recita del salmo 50. Interventi successivi si collegano e si sovrappongono al nucleo primitivo formando la massiccia costruzione, armoniosa e articolata dell'attuale Monastero. Leggermente rialzato sul piano del chiostro, attiguo alla sala romanica di S. Pier Damiani, si trova il famoso "scriptorium", dove la studiata disposizione di 21 finestre permetteva ai copisti e ai miniaturisti di sfruttare la luce del sole dalla levata al tramonto. Preziosi e numerosi i codici usciti da questa officina che fecero di Fonte Avellana punto di riferimento nel medioevo per tutta la cultura dell'occidente. Celebre è la collezione giuridica che prese il nome di "Collectio Avellana". Ma solo alcuni documenti sono rimasti a Fonte Avellana con qualche codice prezioso ad arricchire la biblioteca dedicata a Dante Alighieri che, secondo la tradizione, attorno al 1318 avrebbe qui dimorato per un certo tempo proveniente dalla vicina Gubbio. La descrizione precisa dell' eremo e della sua posizione topo grafica nel XXI canto del Paradiso ne sarebbe la riprova. Dal chiostro si accede all' ampia sala del XIV secolo trasformata in refettorio nel 1700, dotata di un'ampia tela copia di Guido Reni, raffigurante il martirio dell'Apostolo S. Andrea, cui, insieme alla S. Croce, è dedicato l'Eremo. La chiesa, cui si accede salendo dalla cripta, dal titolo di S. Croce e di S. Andrea, fu consacrata nel 1197 . È di stile romanico, anche se gli archi leggermente ogivali e slanciati fanno pensare al gotico. Dall'unica navata, dove sotto l'altare di destra riposano le spoglie di S. Albertino, già priore maggiore di Fonte Avellana nel sec. XIII, che gode ancora di una grande devozione popolare nel territorio, si sale al presbiterio sopraelevato dominato da un maestoso crocifisso ligneo del 1567. Il coro con gli stalli di legno pregiato artisticamente lavorato ha sostituito l'originale abside a catino. Dello stesso legno pregiato sono i mobili della sacrestia e gli scanni del coro invernale. La chiesa fu dotata della torre campanaria da Giuliano della Rovere, che fu uno degli illustri commendatari prima di essere elevato al soglio papale col nome di Giulio II nel 1492. Fu lo stesso Giuliano della Rovere a volere l'ampio corridoio a piano terra che veniva ad unire le vecchie celle con le nuove. Ma l'incremento materiale del regime commendatario finì per portare alla decadenza la vita religiosa tanto che la Congregazione Avellanita fu soppressa da S. Pio V nel 1569 e Fonte Avellana fu unita a Camaldoli. Da allora - scrive il Priore Generale D. Emanuele Bargellinii due filoni della tradizione romualdina hanno interagito spesso in modo fecondo e complementare, talora, invece, si sono quasi isteriliti, perché ripiegati su un proprio mondo diventato troppo angusto e incapaci di reinterpretare nelle mutate situazioni l'originario impulso da cui erano nati. Il Grande Giubileo del 2000 trova a Fonte Avellana una Comunità monastica viva, capace di far rivivere l'antica tradizione storica e spirituale e promuovere un nuovo e organico rapporto vitale con la società e con la Chiesa.

 

Abbazia di S. Maria di Sitria

Abbandonato il Monastero scendiamo rapidamente lungo la SP 106 con direzione Serra S. Abbondiosino al bivio con la SP 133 (SP 226 dopo il confine) che ci porterà, seguendo l’indicazione Isola Fossara, in territorio umbro. Lungo il percorso, improvvisa ed inaspettata, ci appare al termine di una stretta valle l’abbazia di S. Maria di Sitria edificata sul luogo prediletto del ritiro in solitudine di S. Romualdo. Sitria si trova a circa metà strada tra Isola Fossara (comune di Scheggia) e Fonte Avellana[2]. Nella inclinazione nutrita da S. Romualdo per questo luogo, il più nascosto, isolato e difficile a raggiungersi tra i luoghi delle sue fondazioni, stretto tra il fosso Artino e i dirupi e i boschi del Catria e del Nocria, ebbe forse una certa risonanza anche il nome nel quale risuonava quello di Nitria, l'area desertica presso il delta del Nilo, dove si erano manifestate le prime espressioni dell'eremitismo d'Oriente. Qui egli stette recluso per sette anni, qui compi i prodigi che S. Pier Damiani racconta, qui ebbe a sostenere acerrimi conflitti con i demoni, qui visse l'esperienza mistica della Pasqua, conformato al suo Gesù nella famosa estasi che "lo rapì in Cielo", dopo la umiliazione della scomunica dovuta alla calunnia di un cattivo discepolo. Questo cenobio fiori a lungo finché trasformato in abbazia fu data in commenda da Niccolò V nel 1451. Con la soppressione del 1861 da parte del Governo italiano, la chiesa, i fabbricati e le terre circostanti, rimasti dopo la precedente soppressione napoleonica del 1810, passarono in mano di privati. La chiesa è una costruzione romanica con presbiterio sopraelevato, abside semicircolare e altare romanico-gotico. La cripta è sorretta al centro da una colonna romana con capitello corinzio. A fianco si indica la "prigione di S. Romualdo", una angusta stanzetta dove il Santo rimase rinchiuso per sei mesi dai suoi monaci

 

Abbazia di S. Emiliano in Congiuntoli

Continuando il percorso intrapreso si giunge nel paese di Isola Fossara (PG) addossato all’imponente bastione del versante sud-est Catria: il Corno . All'inizio dello stesso si prende la SS 360 Arceviese con direzione Sassoferrato e si prosegue fin dove il Rio freddo si congiunge col Sentino dando al luogo il nome di Congiuntoli. Qui si incontra l’insigne, antica abbazia benedettina di S. Emiliano. Già entrata in decadenza dal sec. XVI, quando fu data in commenda, ebbe fatalmente il colpo di grazia con le soppressioni napoleoniche e del nuovo stato italiano. Oggetto di restauro da parte della Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici dell'Umbria, è nuovamente ammirabile nella sua grandezza restituita, in parte, al suo antico splendore.

 

Eremo di S. Girolamo

Pochi decine di metri oltre l’abbazia si abbandona la strada per Sassoferrato imboccando la SP 47 con direzione Perticano. Da questo abitato si prosegue poi per l’angusta via che sale a Pascelupo. A circa due chilometri dal paese, sul lato orientale (la sinistra del viaggiatore) del Monte Le Gronde (m. 1373), facente parte del massiccio orientale del Monte Cucco (m. 1566), a 661 metri sul livello del mare, arrocato alla base di un anfiteatro di roccia calcarea che strapiomba paurosa per oltre cento metri, con grotte sulla parte scoscesa, si trova l'Eremo di S. Girolamo[3]. Probabilmente a causa dell'acqua che gocciola dalla roccia quasi continuamente per tutto l'anno e che è trattenuta in cisterne, il luogo è abitato da quasi mille anni. Tra gli eremiti che nelle grotte del monte trovano il luogo ideale per la preghiera in solitudine, presso l'Eremo di S. Girolamo, giunto dal vicino cenobio di S. Maria in Sitria, si ritirò a vita solitaria per ben 65 anni (secondo la tradizione) il beato Tommaso, originario di Costa S. Savino (Comune di Costacciaro - PG). Morì il 25 marzo 1337 e il suo corpo fu traslato nella chiesa di S. Francesco a Costacciaro dove è venerato come Patrono. Un nuovo capitolo della storia dell'eremo appenninico inizia con l’arrivo del Beato Paolo Giustiniani nell’autunno del 1520. Le due soppressioni statali dei conventi dello scorso secolo hanno indubbiamente creato grossi problemi ma eremiti, con l'aiuto di Dio e di molte brave persone dei dintorni, riuscirono a ritornare Girolamo in tempi relativamente brevi. Tuttavia la scarsezza di eremiti e di introiti, con la conseguenza di un’osservanza alquanto disturbata, fece decidere della chiusura e della vendita della casa nel 1925. Dopo la partenza dei “monaci bianch”, l'eremo rimase disabitato, eccezione fatta per il periodo di guerra 1939-1944, in cui la casa servì da rifugio della popolazione sfollata. Passata la furia della guerra, si accelerò inevitabilmente l'opera di distruzione così da ridurre l'eremo a un cumulo di rovine fiabescamente ingoiate dal bosco. Finalmente per interessamento del Dott. Mario Luconi, i 31 proprietari dell’eremo nell'ottobre 1981, con squisita sensibilità e generosità ne hanno fatto dono alla Congregazione degli Eremiti Coronesi affinché potessero farvi ritorno. Il restauro e, per buona parte, la ricostruzione si svolsero negli anni 1985-1991, per mano di esperti muratori eugubini che hanno realizzato un ottimo lavoro. È stato possibile rifare tutto come era prima. La vita regolare di una piccola comunità ha potuto ricominciare nel novembre 1992. La vita degli eremiti camaldolesi vuole essere una vita impregnata di silenzio e solitudine, nella carità, in continua preghiera e penitenza, dedita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo.

 

Il ritorno

Si continua con l’ascesa a Pascelupo e si ridiscende, in prossimità del borgo di Coldipeccio, sino alla statale Arceviese che ripercorreremo a ritroso sino ad Isola Fossara proseguendo poi verso Scheggia (PG). Dopo aver attraversato, su strada a carreggiata unica, la splendida gola sul fiume Sentino giungiamo, in località Valdorbia, al bivio con la SP 50 che seguiremo insieme all’indicazione Cantiano. Con alla destra la quasi dolomitica teoria delle Balze degli Spicchi, sempre facenti parte del Monte Catria, assecondando le curve tra i boschi svalichiamo ed improvvisa ci appare serena, specialmente nella calda luce del tardo pomeriggio, la vallata del torrente Burano e dei suoi affluenti. Accompagnati a destra dai declivi del Catria e con in lontananza il profilo del Monte Nerone ci si incunea rapidamente per giungere a Chiaserna, dove troviamo, addossata al nucleo abitato, testimonianza della civiltà monastica nei ruderi della chiesa e dell’abbazia benedettina di S. Michele Arcangelo. Di questi edifici, purtroppo ridotti in stato di grave degrado, rimane solo la foresteria ed i resti della cripta. Riguadagnata la strada arriviamo rapidamente a  Cantiano.

 

Chiesa priorale di S. Nicolò

Giungendo a Cantiano da Chiaserna, si arriva direttamente in piazza Luceoli dove si trova la chiesa priorale di S. Nicolò che, con l’attigua canonica, ne delimita gran parte del lato occidentale. Ben visibili appaiono ancor oggi le tracce di ristrutturazioni avvenute nel corso dei secoli le quali tuttavia non sono riuscite a celare quegli elementi architettonici di indubbio interesse storico-artistico quali un finestrone gotico, una finestra trilobata, ambienti sotterranei con stupende arcate, riconducibili alla primitiva struttura. L'origine della chiesa viene fatta risalire intorno all’anno Mille, sino ad identificarla, secondo una antica tradizione, con l’eremo di Luceoli, antica Civitas posta a pochi chilometri da Cantiano, dove trovarono dimora i Santi Romualdo, Pier Damiano, e Domenico Loricato. Questa tesi, trova sostegno in una memoria del priore Ludovisi del 1726 nella quale viene riportato come la chiesa di S. Nicolò, nei primi tempi, facesse parte dell’antica congregazione della "Colomba", dal nome Beato Lodolfo Panfili, detto "Colombino", ritenuto per tradizione il fondatore di Fonte Avellana; la congregazione fu in seguito unita a quella camaldolese. Alla stessa conclusione giunsero le indagini che il predicatore O. Turci condusse nel 1749 e che portarono alla scoperta di alcune piccole platee sparse sulle pendici del colle Matrano, poco distanti dalla chiesa. Per difendere il borgo di Cantiano, che grazie alla distruzione della vicina Luceoli godeva di una costante crescita, il Podestà Alberto di Firenze, fece elevare nel 1255 una poderosa torre presso la chiesa di S. Nicolò, come si desume da una lapide collocata ora presso la sede comunale. Nello stesso secolo la chiesa è menzionata nei decimari dell’anno 1295. Altra antica testimonianza è data da una lapide con iscrizione funebre, in caratteri gotici, datata 19/11/1304 presente in una parete della sacrestia. La chiesa, nel frattempo, aveva acquisito un notevole prestigio per cui nel 1315, i comuni di Cagli e di Gubbio, vi stipularono un compromesso per alcune divergenze sorte per questioni territoriali. Nel 1383 ricevette onorata sepoltura nella chiesa il signore del castello di Cantiano, Gabriello Gabrielli, già vescovo di Gubbio. Verso la fine del ’300, il monastero passò sotto l'autorità dell'abbazia di S. Angelo di Chiaserna. Tuttavia, quando quest’ultima decadde in seguito alla crisi degli antichi ordini monastici, Papa Alessandro VI, con bolla del 6/3/1495, soppresse il vecchio monastero di San Nicolò, lo separò dall'abbazia di Chiaserna e con lo stesso atto, dotò la chiesa di San Nicolò di numerosi beni affidandola al sacerdote cantianese Giovanni Paolo de Paolis, allora canonico della chiesa cattedrale di Gubbio. Da allora, in ricordo degli antichi superiori del soppresso monastero, i rettori di S. Nicolò, nominati quasi sempre con bolla pontificia, vengono detti "priori". Un primo intervento di restauro si ebbe all'inizio del 1700, ciononostante la chiesa continuava ad essere soggetta ad infiltrazioni d’acqua per la vicinanza dei fiumi Bevano e Burano e per l’esposizione poco assolata. Per questi motivi fin dal 1777, venne predisposto un radicale progetto di restauro affidato all’architetto G. Fabri di Fossombrone. La nuova chiesa, scorciata in lunghezza e rifinita all'interno con stucchi, fu riaperta al culto e solennemente consacrata dal vescovo di Gubbio Vincenzo Massi, il 25/11/1822. Nella circostanza fu possibile ascoltare le note del prezioso organo costruito per l'occasione dal maestro organaio Angelo Morettini di Perugia. La chiesa presenta sulla facciata una scalinata che introduce al portone centrale ai lati del quale, poggiate su alte basi, si slanciano due doppie lesene che si raccordano a formare una cornice con all’interno la scritta dedicatoria "Divo Nicolao Ep. o Dicatum". Nel corpo della chiesa vi sono quattro altari laterali, due per lato. Entrando sulla sinistra, troviamo l'altare dedicato a S. Francesco; il dipinto recentemente restaurato raffigura il Cristo in croce cinto da un gloria di angeli, ai piedi della croce vi sono la Vergine e S. Francesco d'Assisi. Per qualità artistica e per impronta stilistica il dipinto è attribuito a Filippo Bellini di Urbino (1550 ca.-1603). Proseguendo, si incontra l'altare della Madonna del Rosario. Nella tela è dipinta, all'interno di un ovale, la Madonna del Rosario in trono con il Bambino assieme a S. Caterina da Siena ed a S. Domenico. L'opera, databile nella seconda metà del '500, è stata recentemente attribuita al pittore Ercole Ramazzani di Arcevia (1539-1598).



[1] Essa si propone come luogo di esperienza, di silenzio, di ascolto della Parola di Dio, di Liturgia vissuta, di accoglienza e di servizio alla Chiesa. In particolare dal mercoledì Santo al martedì di Pasqua la comunità accoglie quanti intendono vivere le celebrazioni della liturgia pasquale, condividendo con essa queste giornate di grazia. Nell'estate si susseguono i corsi di Esercizi spirituali. Continuano i convegni del Centro Studi Avellaniti giunti ormai alla ventiduesima edizione. Nei giorni dell'Ottava di Natale, dedicati all'ascolto e alla meditazione, l'accoglienza è riservata ai giovani dai 25 ai 35 anni. L'accoglienza per singoli è praticata durante tutto l'anno. L'eremo di Fonte Avellana richiede una predisposizione al silenzio, alla meditazione e alla riflessione personale, che sono richiesti soprattutto ne1le settimane degli Esercizi spirituali. Pertanto non si ospitano campi scuola, scolaresche, gruppi parrocchiali sotto i 18 anni, gruppi turistici. Le giornate sono ritmate dalla preghiera corale della Comunità monastica (Ora :dell'Ascolto, Lodi, Eucaristia, Vespri)

Informazioni: Foresteria Monastero di Fonte

Avellana, 61040 Serra S. Abbondio (PU), tel/fax 0721/7300118.

[2] Il beato Romualdo rimase recluso in Sitria quasi per sette anni, e tenne un continuo inviolabile silenzio. Non dimento tacendo con la lingua e predicando con la vita, forse mai come allora, poté operare tanto nel convertire gli uomini e per il bene di quelli che accorrevano per la penitenza. Viveva infatti, pur volgendo ormai alla vecchiaia, in modo molto austero, quando anche gli uomini più perfetti sogliono vivere in modo più indulgente e concedersi qualcosa dal rigore che si erano proposti... In tal modo allora si viveva in Sitria che sembrava, non solo per somiglianza del nome ma anche dei fatti, un'altra Nitria: tutti camminavano a piedi nudi, tutti incolti, pallidi e contenti della estrema penuria di ogni cosa. Alcuni, sprangate le porte, rinchiusi, sembravano così morti al mondo come se già fossero nella tomba. Lì nessuno conosceva il vino, anche se sopraggiungeva una gravissima malattia. Ma perché parlo dei monaci, quando anche gli stessi servi dei monaci e perfino i pastori dei greggi digiunavano, rispettavano il silenzio, si flagellavano a vicenda e chiedevano la penitenza per ogni parola oziosa? O secolo d'oro di Romualdo, che sebbene non conoscesse i tormenti dei persecutori, non mancava tuttavia di martirio spontaneo! Secolo d'oro, dico, che tra le fiere dei monti e delle selve nutriva tanti cittadini della celeste Gerusalemme. Dalla Vita del beato Romualdo di S. Pier Damiani Per la visita occorre chiedere al Priore di Fonte Avellana. Sono infatti i monaci di Fonte Avellana che hanno in custodia la chiesa di Sitria dedicata a S. Maria assunta. Gli stessi monaci ogni anno il 19giugno vi celebrano la solennità di S. Romualdo.

[3] Gli eremiti di S. Girolamo, secondo le costituzioni dell'Ordine, devono "sempre evitare di favorire in qualsiasi modo la frequenza di persone nell’eremo" . Perciò non desiderano che esso diventi un luogo di attrazione turistica, ma saranno ben contenti di offrire a eventuali escursionisti assetati un bicchiere d'acqua fresca, qualora ne sentissero bisogno. È possibile, poi, che singoli ospiti trovino accoglienza nell'eremo per un periodo di ritiro spirituale.

Indirizzo: Eremo di S. Girolamo, 06020 Pascelupo, tel. 075/9229802.